L’ interesse è ora rivolto a coloro che praticavano la canapicoltura, i contadini, per capire qual'era il loro stile di vita e quale legame,profondo e indissolubile, li univa alla coltivazione della canapa. Questo ben si evince dalle parole pronunciate da un vecchio cittadino di Anzola Emilia, che una volta si dedicava al lavoro nei campi: “Tutti, proprio tutti erano coinvolti nel lavoro, nel periodo della canapa; uomini e donne, grandi e piccoli, vecchi e giovani. Lavori pesanti, lavori semplici, facili e difficili, brevi e lunghi. Dall’alba al tramonto. Questa era la canapa: il nostro tormento, la nostra speranza”La testimonianza mette bene in risalto le caratteristiche di questa coltura; coralità e complessità, a entrambe le quali è sottintesa la fatica. Queste derivano tutte da una peculiarità propria della canapicoltura; infatti questa non consiste solo nella fase agricola dalla preparazione del terreno per semina al raccolto, ma anche in una serie di operazioni per ricavare la fibra ed in un’ulteriore fase lavorativa per trasformare la fibra prima in filato e poi in tessuto. Così si spiega l'elevato fabbisogno di manodopera richiesto, con il notevole utilizzo della “forza” femminile, presente in tutte le fasi, ma soprattutto in quella di lavorazione della fibra per trasformarla in tessuto. Per comprendere a fondo quale significato avesse tutto questo per il mondo contadino, descriveremo passaggioper passaggio tutte le fasi, da quelle di produzione a quelle di lavorazione, interrogandoci sul rapporto tra la civiltà contadina e questa coltura.
Le prime domande da porsi riguardano il modello identitario contadino dei coltivatori di canapa; chi erano? In quali regioni abitavano?Perché la coltivavano? Nel rispondere, partiremo dalle ultime due, dalle quali scaturisce una prima importante differenziazione. Bisogna, infatti, distinguere tra chi produceva per poi vendere il prodotto sul mercato e chi lo faceva solo per l’autoconsumo. Nel primo caso, si tratta dell’area Emiliano-veneta, di quella Campana e del Piemonte, dove esistevano le maggiori estensioni coltivate e dove l’interesse economico andava ben di là dalla dimensione dei mercati locali e dei bisogni familiari, raggiungendo un’importanza nazionale ed internazionale. In quelle regioni, come nel Lazio, nell’Umbria, nell’Abruzzo e nelle Marche, però, v'era anche un’importanteutilizzo familiare, di vero e proprioautoconsumo. La canapa era in questo caso coltivata in piccoli appezzamenti per il fabbisogno domestico, per tessere la biancheria per la dote delle figlie, per farci qualche vestito e per utilizzarla nel lavoro agricolo, ad esempio per legare il bestiame.Non è comunque da sottovalutare l’importanza economica e sociale rivestita dalla coltivazione anche quando i prodotti non prendevano la via dello scambio. Tutte le famiglie la coltivavano e chi non avevala terra per farlo doveva comprarla.Lapossibilità di coltivare e di disporre di canapa simboleggiava addirittura la stato sociale della famiglia contadina, innalzandone il prestigio rispetto a quelli che non potevano auto produrla. Chi non avevacanapa, non aveva la terra e chi mancavadella terra non aveva il pane. Il fatto di disporre di buona quantità di canapa da filare e tessere non simboleggiava comunque un grande benessere; infatti questo implicava che il nucleo familiare era composto da molte donne da maritare, che eranoquindi un capitale improduttivo, tale da far considerare queste famiglie più sfortunate di altre. Torniamo ora alla prima domanda che ci siamo posti: chi produceva la canapa? Chi erano questi contadini? Avendone mostrato l’utilizzo diffusoinambito familiare, faremo qui riferimento alle zone che producevano per il mercato, ed in particolare a quella Emiliano-veneta, trattandosi della prima regione produttrice e di quella in cui c’era la maggiorestensione di suoli dedicati alla canapicoltura. Mentre in Campania prevalevano il piccolo affitto con canoni in moneta e la piccola proprietà coltivatrice, nel Bolognese e nel Ferrarese la situazione era più complessa ed interessante. Esistevano infatti tre fondamentali tipi d'azienda: a) Grandi e medie imprese appoderate a conduzione mezzadrile. b) Grandi imprese non appoderate,cosiddette a larga, condotte con salariati e compartecipanti. c) Piccole imprese per lo più precarie, chiamate “partecipanze”, derivantida dominii collettivi d'origine medievale che avevano portato alla periodica suddivisione di vasteestensioni in unità colturali di poche migliaia di metri quadrati. Queste micro-aziende costituivano forme di godimento di terre appartenenti ad un ente daparte di un numero limitato d'utenti, con assegnazioni novennali o ventennali.
Le prime duetipologie erano le più diffuse, precisamente il contratto di mezzadria nel bolognese e quello di compartecipazione nel ferrarese. Soffermiamoci orasu questi. La mezzadria era un contratto agrario stipulato tra il proprietario di un fondo e la famiglia colonica di un mezzadro i quali si associavano per la coltivazione di un podere e per l’esercizio delle attività connesse, al fine di dividere a metà o in quote di poco diverse dalla metà, i raccolti e gli utili derivanti dallo sfruttamento annuale del podere. Il rapporto tra l’arzadàur, com'era chiamato il mezzadro nelbolognese, ed il proprietario si basava sulla fiducia reciproca e, per questo, aveva durata annuale rinnovabile, in modo tale che se si fosse deteriorato sarebbe cessato con l'escomio in novembre, a San Martino. Nonostante i buon principi ed al fatto chela conduzione fosse in pratica nelle mani delcolono, la relazione era comunque segnata dallo strapotere del padràn ( il proprietario), che già si riscontrava nella meticolosità del gran numero di prescrizioni cui era tenuto il contadino 8. Uno studio del Comizio Agrario di Bologna del 1881 misurava in 310,40 lire per ettaro il guadagno per il padrone e in 23,19 lire quello di un mezzadro in un podere di terreno sciolto, mentre per un podere di terrenotenace l'utile per il proprietario scendeva a 247,29 lire e quello del colonoera negativo (perdita) per 21,58 lire per ettaro. Se a questo aggiungiamo che tutto il ricavato dalla vendita della canapa veniva trattenuto dal padrone come anticipo suiprestiti elargiti al mezzadro durantel’annata agraria, capiamo quali potevanoessere le condizioni di vita della forza lavoro. Spesso i mezzadri versavano in condizioni d'indigenza, venendosi così ad evidenziare il rapporto di conflitto che avevano nei confronti dei padroni. L’interesse economico era decisivo: meno aspettava ai contadini più aspettava ai proprietari. Pur essendo questa una assoluta verità, è anche vero che esistevano intensi rapporti umani, che avvicinavanopadroni e contadini: capitava, per esempio, che il padrone mantenesse aglistudi un figlio particolarmente dotato di un suo mezzadro e che questi, cresciuto, diventasse amministratore dei suoi beni patrimoniali, o che assumesse come domestiche le figlie del mezzadro per farle lavorare nella propria casa. E' comunque chiaro cheil contratto di mezzadria metteva il padrone nella condizione di valersi di una larga disponibilità di forza lavoro a basso costo ed è questo, per l'appunto, che ha favorito il grande sviluppodella canapicoltura Emiliana e Veneta. Per quanto riguarda la seconda tipologia di imprese, quelle cosiddette a “larga”, erano caratterizzate da contratti di compartecipazione, da contratti di salariato fisso (boaria) eda contratti di salariatoavventizio. I contratti più diffusi eranosenza dubbio quelli di compartecipazione stipulati tra un imprenditore agricolo ed un lavoratore,ovvero il compartecipante, per provvedere alla coltivazione di un terreno.
I prodotti e le spese erano ripartiti secondo determinate proporzioni, ma la gestione, a differenza della mezzadria, non spettava al compartecipante ma piuttosto al datore di lavoro. Sia questi tipi di contratti che quelli di mezzadria avevano l’obbiettivo di far aumentare l’interesse dei contadini nei confronti del lavoro,facendoli diventare dei veri cointeressati. Descritti i contadini: i protagonistidelle operazioni, inizieremo ora a passare in rassegna le diverse fasi inerenti la produzione e la lavorazione della canapa, cercando di capire quali compiti si sobbarcavano, come era suddiviso il loro lavoro e quanto tempo dedicavano ad esso; in poche parole cosa voleva dire coltivare canapa. Nel fare questo tratteremo il procedimento tradizionale adottato in Emilia, sottolineando però le differenze con quello Campano, anch’ esso meritevole della nostra attenzione. La prima fase produttivainiziava con leoperazioni relative alla preparazione del terreno. Pur essendo una coltura ches'adattava a terreni molto diversi, la canapa preferiva quelli ben sistemati (baulati) in modo da assicurare un perfetto sgrondo delle acque piovane, abbondanti soprattutto nella stagione primaverile. Difatti, l’acqua ristagnante in superficie arrestava lo sviluppo vegetativo delle piante, provocando quel fenomeno chiamato dagli agricoltori emiliani “inchiodatura”. Per questi motivi, i lavori incominciavano già alla fine di luglio o all’inizio d'agosto, una volta raccolto il grano o un’altro cereale, allorché si procedeva ad una prima aratura, cui se ne faceva seguire un’altra a distanza di 15 giorni. Più tardi, in dicembre, si spianava il terreno con lo “scalone”, uno strumento della lunghezza di circa 2 metri utile per rendere piana la superficie, e si compiva la“ravagliatura”, una aratura speciale fatta ad una profondità di30centimetri, cui seguiva una vangatura di 20 centimetri per rompere il fondo del solco e portare così le zolle sopra quelle rovesciate dall’ aratro. In Campania, invece, i lavori erano più semplici e le arature erano solamente due, unain autunno e l'altra in febbraio. Accanto alla sistemazione del terreno, notevole importanza rivestiva la concimazione; infatti, fra tutte le piante erbacee, la canapa era quella per la quale si continuavano ad usare le tecniche del passato. Queste consistevano inabbondanti spargimenti di letame, che venivano effettuati prima delle arature edintegrati con l’aggiunta di panelli 9 di semi oleosi detti “panadelle”. Si pensava che questi interventi dessero quella lucentezza e quella finezzaal filoche rendevano la canapa Emiliana la migliore. Inoltre, ogni tot di anni venivano somministrati anche deiresidui organici azotati, come unghia e corna torrefatte, crisalidi di baco e sangue secco, che venivano chiamate materie da “stradera”, poiché costituivano quella “forza vecchia”, a cui gli agricoltori del passato davano moltaimportanza per il mantenimento della fertilitàdei terreni. Venivano anche impiegati i materiali di spurgo dei maceri e dei fossi, chiamati “ingrassi da cariola”, con riferimento all’attrezzo utilizzato per trasportarli. In Campania, invece, era molto diffusa la pratica del sovescio10, soprattutto di fave, che dava rilevanti successi. Tutte queste attenzioni per la bontà della qualità del terreno adatto alla canapicoltura, benché permettessero di continuare per anni a coltivare a canapa lo stesso appezzamento, facevano sì che la coltura entrasse nel sistema di rotazione, come tipica pianta da rinnovo. Mentre in Emilia c’era il tradizionale avvicendamento canapa-grano, in Campania la si coltivavadi seguito per alcuni anni, alternandola con una coltura intercalata come ad esempio i fagioli, seguita poi da rape , favette, orzo o lupini, che venivano in seguito sovesciate in primavera. Conclusa la preparazione del terreno, questo veniva fatto riposare fino al momento della semina che, di regola, avveniva nei primi quindici giorni di marzo, anche se il tempo poteva variare a seconda delle condizioni climatiche. Nello scegliere il momento migliore per spargere i semi, molta influenza era data anche dalla forte religiosità presente nel mondo contadino. Così, per esempio, in Campania questa coincideva con la festa di San Giuseppe, il 19 di marzo, e lo stesso succedeva in Abruzzo dove si diceva “a San Ggiusèppe la canav’arcupèrte”. Il metodo usato tradizionalmente per seminare era quello a spaglio, ovvero in modo sparso con la mano destra. Solo con l’introduzione delle macchine seminatrici in Emilia il sistema tradizionale fu abbandonato, mentre in Campania si continuò ad utilizzarlo. In questa fase, a due cose bisognava porre particolare attenzione: il seme doveva essere ben sotterrato, peralmeno due dita di profondità, in modo tale da essere messo al riparo degli uccelli. Una volta terminata l’operazione di spaglio, i semi andavano coperti accuratamente con la terra e questo era possibile con l’ utilizzo a mano del bidente.
Ma ancora più importante era che la semina avvenisse in modo fitto. Questo era indispensabile per far si che gli steli crescessero più lunghi e sottili, producendo così una fibra di migliore qualità. Questo tornava a vantaggio di chi coltivava per la fibra, mentre quanti seminavanoper produrre semi lo facevano in mododifferente. In maniera tale
che la pianta, disponendo di più spazio vegetativo, diventasse più robusta, col fusto più legnoso e così con un seme più idoneo per essere usato nella coltivazione dell’anno successivo.Per questo tipo di coltivazione si utilizzavano appositi campi, i cosiddetti canapai, ma essendo la qualità del seme interessedi tutti, anche di chi non aveva grandi appezzamenti di terra, spesso si coltivava aimargini di quella da fibra, oppures'inserivano piante isolate all’interno dei campi di granoturco. Il seme era portato dalla pianta femmina, ma nel mondo contadino, come d'altronde accadeva anche per altre colture, la distinzione agronomica tra i duesessi veniva invertita, cosicché le piante femmine venivano chiamate“canaponi” e considerate come imaschi della specie. Dopo circa 7-10 (al massimo 15) giorni dalla semina spuntavano le piantine e quando queste raggiungevano l’altezza di 5-7 centimetri avveniva una prima ed accurata scerbatura, seguitapoi dalla sarchiatura per eliminare le erbe infestanti. Queste due operazione, eseguite nelsecolo scorso dalla manodopera femminile, rendevano il terreno ben pulito e pronto a ricevere le piogge ed erano ripetute per altre due volte, quando le piantineraggiungevano i 20 ed i 40 centimetri d’altezza, ovvero entro una sessantina di giornidalla semina, attorno alla fine di Maggio. E qui finivano i primi lavori dell’agricoltore giacché, crescendo in modo fitto, la pianta soffocava ogni forma erbacea concorrenziale o parassita, proteggendosi da sé. Il ciclo vegetativo della canapa dura all’incirca 120 giorni, quindi di solito le operazioni di raccolta cadevano nel periodo che va dal15 Luglio al 15 di Agosto, a seconda di come ifattori ambientali avevano influito sullo sviluppo della coltura. Per non sbagliare, si poneva attenzione ad alcune caratteristiche delle stesse piante che indicavano all’agricoltore s'era giunto il momento di coglierle; quando infatti le piantemaschili, che avevano un ciclo vegetativo più breve, arrivavano a maturazione, perdevano le foglie per circa metà dello stelo, il quale cambiava il suo caratteristico colore verde e diventava giallastro. Inoltre, essendo la fioritura ormai finita, c’era nell’aria una quantità notevole di polline. Se questo succedeva per le piante maschili le cose erano ben diverse per le piante femmine; qui la maturazione avveniva con circa un mese di ritardo, in modo che il seme arrivasse alsuo compimento. In Emilia, si diceva che questo avveniva nei dintorni della “Madonna dei canaponi” che cadeva all’8 di Settembre. Quindi, se i cosiddetti canaponi si trovavano isolati venivano raccolti successivamente altrimenti, ove maschi e femmine erano frammisti, per ragioni pratiche venivano tagliati alla stessa epoca. Ilmomento del taglio andava scelto con particolare cura, poiché se veniva ritardato di molto, il tiglio (la fibra) risultava molto scuro, mentre, se era anticipato, risultava leggero e debole. La raccolta iniziava nella periferia dei campi, dovela canapa era meglio esposta al sole ed all’aria e quindi maturava precocemente. Di lì si procedeva versoil centro da tutti e quattro i lati del campo; questa pratica, detta della “sgrondatura”, era consigliata per ottenere partite diqualità uniforme. Si preferiva cominciare i lavori all’alba, quando le piante erano ancora bagnate dalla rugiada e non liberavano nell’ariail polline, che aveva un forte effetto irritante per le vie respiratorie, le mucose e la pelle, soprattutto nelle rughe. I metodi utilizzati per la raccolta erano due, quello dello sradicamento equello dellafalciatura al piede. Nella zona Emiliano-venetadapprima si utilizzava il metodo
dello sradicamento, cosicché si recuperavano anchele radici delle piante che venivano poi tagliate e raccolte in mucchi da 5-7 kg. e usate come combustibile. Quel genere di lavorazione era però molto faticoso, soprattutto quando l’annata era particolarmente siccitosa e le radici erano saldamente attaccate al terreno. Quando si iniziarono ad utilizzare come combustibile altri scarti delle lavorazioni agricole si passò al sistema della falciatura.Questaconsisteva nel taglio della pianta al piede mediante un falcetto, in bolognese traién, che era formato da una lama ricurva, larga e tagliente, infissa in un manico con il quale formava un angolo di 45 gradi. Il taglio era eseguito sia da uomini che da donne; con il braccio sinistro si riunivano un certo numero di steli e con la destra, curvandosi in avanti, si sferrava il colpo dall’ alto verso il basso. Fino all’introduzione delle prime macchine falciatrici, ben s'intende quanta fatica comportasse quel genere di operazioni. In Campania, invece, si utilizzava solo ilprimo metodo e tutti i membri della famiglia partecipavano; talvolta si chiedeva aiuto anche ai vicini.Qui finiva la fase propriamenteagricola, ma a dispetto di quello chesi potrebbe pensare il lavoro del contadino era solo all'inizio. Terminata la raccolta, si passava dalla fase di produzione a quella di lavorazione per isolare la fibra dalla pianta. Una volta tagliate, le piante venivano distese a terra (“ la messa in cagna” dei ferraresi), raccolte in piccoli manipoli 12, incrociati a lisca di pescee lasciati lì per 5-6 giorni ben esposti al sole e all’aria per farli essiccare. Al 3° - 4° giorno venivano rivoltati, in modo da far sì che tutti gli steli ricevessero il calore adeguato. Al sesto giorno, i manipoli venivano sbattuti forte sul terreno con colpi a ripetizione finché non si fosse staccato ogniresiduo di foglie e d’infiorescenze. Questa operazione, chiamata“la sbattitura”, di solito avveniva nelle ore più calde della giornata, perché le foglie si staccavano più facilmente. Spesso, anche le donne, impiegando le mani ed un bastone, si cimentavano in questa ingrata operazione,durante la quale la canapa liberava grosse quantità di polline che procurava forte irritazione e continuo fastidio. Eliminate le foglie e lasciati gli steli al sole per 3-4 ore, iniziava l’impilatura. I fasci venivano sollevati in verticale ed uniti tra loro a formare tante capanne di forma conica e del diametro di 2 - 3 metri, chiamate “pile” o “prille”. Fatte in maniera tale che il vento non le rovesciasse, la loro funzione era d'impedire che gli steli si bagnassero, ammuffendo così in poco tempo. Se la canapa subiva qualche danno per ragioni meteorologiche, ad esempio dalla grandine o dal vento, dopo l’essiccazione veniva subito venduta, ma eramal accettata da parte degli opifici. Quelle mal riuscite venivano invece usate come legacci, per tenere unite le pile. Qui finiva la cosiddetta “stagionatura”, operazione che richiedeva l’impegno di tutta la famiglia, ed iniziava la “tiratura”, che preparava gli steli alla macerazione. Disfatte le pile, la canapa veniva distesa su un cavalletto, chiamato “bancata”,alto circa 50 cm da terra e lungo tre metri con all’ estremità due pioli cheservivano a non fare cadere le piante a terra. Disposte in tal modo,le piante venivano pareggiate battendole alla base con una apposita spatola, si distinguevano così in base alla lunghezza. Seguiva l’ operazione di “tiratura”in cui si estraevano dalla massa gli steli di uguale lunghezza che venivano poi disposti in “mannelle”, che a loro volta venivano riunite in fasci da 16, di cui 8 in un verso e 8 nel verso opposto, e legate tra di loro.
Anche la tiratura era un lavoro di fatica ed, inoltre, danneggiava molto la pelle, poiché la canapa era una pianta molto dura al tatto e per questi lavori non venivano usati guanti. A quel punto, si classificavano tutte le mannelle a seconda della lunghezza ed una volta asportata la cima, anch’essa utilizzata come combustibile, venivano legate tra di loro ed erano pronte per essere portate al macero. A questo punto, si era giunti alla fase di estrazione della fibra dalla pianta, che avveniva attraverso un processo di
macerazione. Anticamente, l'operazione era eseguita stendendo la canapa sui prati alla sera in modo tale che fosse bagnata dalla rugiada, perpoi ripararla all’alba dai raggi di sole, il tutto per una trentina di giorni.Questa maniera fu però abbandonata a favore dell’immersionevera e propria, che poteva avvenire in acqua corrente o stagnante. In Emilia, eraeffettuata affondando la canapa in acqua stagnante nel cosiddetto macero o maceratoio, di solito diforma rettangolare, scavato nella terra, per una profondità di circa 150-200 centimetri, con le pareti leggermente inclinate protette da tavole di quercia tenute da paletti infissi nel terreno e con il fondo ben battuto. Questi erano i più comuni ei meno costosi, ma ne esistevano sia di diversa ampiezza, sia costruiti con differenti tecniche e materiali, come per esempio quelli in muratura. Ifasci di canapa venivano sovrapposti in due strati, così formando delle zattere che dovevano essere completamente sommerse, senza però che toccassero il fondo. Si utilizzavano a riguardo due differenti metodi. Il primo e più antico comprendeva delle robuste stanghe di rovere fissate ai pali, che venendo manovrate tenevano le piante ben sommerse. Ma essendo questaoperazione molto faticosa e spesso piena d'inconvenienti, difatti il legno facilmente si rompeva o marciva per la presenza in acqua di molti microrganismi, fu presto abbandonata. Si passò così all’altrosistema, che si avvaleva di grossi e pesanti ciottoli di fiume, chiamati “i sass”, pesanti dai 3 ai 7 kilogrammi, che venivano distribuiti soprale zattere in modo da mantenerle ben sommerse. In Campania, invece, si utilizzavano entrambi i metodi di macerazione, sia quello ad acqua corrente sia quello ad acqua stagnante, ma le preparazioni non differivano molto da quelle Emiliane. Essendo al Sud gli appezzamenti più piccoli, spesso diversi contadini utilizzavano i maceri in comune. L'immersione in acqua corrente avveniva con le acque provenienti dai Regi Lagni, un sistema di canali costruiti appositamente per la macerazione ai tempi dei Borboni, che riforniva d’acqua un numero notevole di maceri.
A pocheore dall’immersione, numerose bollicine venivanoa galla e così succedeva per i giorni seguenti. Infatti il processo di macerazione produceva deigas, provocando un fortissimo fetore, che rendeva la zona intorno malsana. Questo dell’odore nauseante era un problema molto sentito ed in Campania numerosi atti pubblicitestimoniano l’attenzione che era posta nei suoi riguardi15. I maceratoi dovevano essere postiad una distanza di 2-3 miglia dalle abitazioni e dalle strade consolari. La canapa rimaneva immersa per 6-9 giorni, fino a quando ci si rendeva conto cheil tiglio si staccava senza problemi dalla parte legnosa. Successivamente uomini e donne entravano nel maceratoio appoggiando i piedi nudi su un apposito bancone, disposto in maniera tale che l’acqua arrivasse alla vita. Così iniziaval’estrazione dei fasci, una delle operazioni più faticose e massacranti; le mannelle intrise d’acqua diventavano pesantissime e a questo dobbiamo aggiungere il forte caldo dovutoalla stagione. Il dispendio d'energieera così alto che uncontadino arrivava a mangiare sei volte in un giorno16. Così Piero Franceschetti descrive questaoperazione in una poesia dedicata alla madre che, quando egli era bambino, coltivava la canapa:
…Nella putrida acqua t’ immergi che macera sfibra e scolora la verde canapa e le tue fresche membra; sbatti sull’onda i fasci pesanti, grondanti immolata, sfinita d’acqua di lezzo di fatica…
Una alla volta, le mannelle venivano estratte dall’acqua, liberate dai legacci, ben lavate sbattendolenell’acqua e strofinandole tra loro, e poi riposte sull’argine per le operazioni successive. La prima consisteva nella “lavatura” e andava fatta con moltadiligenza, altrimenti il colore del tiglio ne avrebbe subito le conseguenze. Finito il processo di macerazione, il macero doveva essere svuotato e ripulito dalla melma, poiché l’acqua emanava un forte fetore.Inoltre, se il macero non fosse stato ripulito, nella successiva macerazione la fermentazione sarebbe stata imperfetta. Per questo motivo, era buon uso non compiere più di due macerazioni all’anno. Venivano anche
recuperati tutti i sassi sul fondo e, dopo rimessa acqua pulita, il contadino era solito mettere nel macero un certo numero di piccole carpe o tinche. I pesci, dai pochi grammi di peso, in circa 10 mesi diventavano molto grossi, fino araggiungere anche un chilogrammo e, nei giorni di pioggia, il contadino andava a pescarli. La loro utilità era duplice, oltre ad essere fonte di reddito e di cibo, distruggevano le larve e le uova dizanzare, rendendo quindi i luoghi meno malsani.Una volta immersa la canapa, tutto il pesce rimasto veniva forzatamente a galla, offrendo l'occasione per una solenne mangiata a cui partecipavano tutti i lavoratori. Nei poderi bolognesi, il macero aveva anche altre funzioni. Serviva per fare il bagno nelle serate estive, per lavare la biancheria e per innaffiare l’orticello posto nelle vicinanze. Vi sguazzavano oche ed anatre delle quali si faceva un piccolo commercio e c’erano innumerevoli ranocchie che finivano sulla tavola del contadino.Torniamo ora alla canapa. Dopo essere stata estratta all'asciutto e posta sull’argine, donne e ragazzi la mettevano in piedi tornando a formare delle capanne coniche, in modo che l’acqua sgrondasse bene. Le mannelle erano poi trascinate in uncampo d'erba, dov'erano lasciate per 2-3 giorni perché s'asciugasseroe si essiccassero. In seguito, venivano trasportate sull’aia dove si procedeva alle ultime operazioni di estrazione della fibradalla pianta. Qui iniziava la “stigliatura” o “decanapulizzazione”, un’insieme di tre operazioni che servivano per liberare la parte fibrosa, il tiglio, dalla parte legnosa. Il primo lavoro da compiere era chiamato “scavezzatura” ed era occasione di ritrovo di diverse famiglie che si aiutavano secondo principi di reciprocità. Per questo, la scavezzatura era considerata un'occasione di festa e, la sera, si finiva con grandi balli e i giovani allacciavano nuovi amori. Una donna poneva su un bancone lemannelle allargate, facendole sporgere un po’ nel vuoto, mentre due uomini, posti l’uno di fronte all’altro e muniti di bastone, le percuotevano rompendo così la parti legnose chiamate “i canapuli”. Una quarta personascuoteva energicamente ogni mannella per provocare la caduta a terra dei canapuli. Dopoquesta, si effettuava la cosiddetta “gramolatura”o “maciullatura”, che doveva rendere la fibra morbida e fine, togliendo anche i più piccoli canapuli, utilizzatipoi per fare fuoco. In Emilia, per questa operazione, si utilizzava un attrezzo di fabbricazione artigianale: il “grametto”.Esso consisteva di un cavallettodi legno il cui elemento longitudinale era incavato con una o due scanalature, a mododi rotaia, che riceveva un corrispondente elemento mobile, chiamato “gramile” che si adattava perfettamente alla scanalatura stessa quando veniva abbassato ritmicamente. Era un lavoro estenuante e lungo che iniziavaalle prime luci dell'alba edurava per 12-14 ore. Era quindi consuetudine per gli uomini bere fino a 3-4 litri di vinello, per rifarsi delle energie spese e per bagnare la gola resa secca dalla polvere. Al Sud, per ripararsi dalla polvere originata dallagramolatura, gli uomini indossavano un lungo e pesante camicione di canapa tessuta fitta, chiamato “cazzarò”, dalle larghe maniche che facilitavano i movimenti. L’ultima operazione della filiera era la “scotolatura” consistente nel far passare lafibra attraverso un piccolo pettine di legno, che aveva il compito di eliminare gli ultimi residui legnosi, rendendola ben liscia e pronta per la successive operazioni. Nel Sud, in Campania edAbruzzo, questo lavoro veniva fatto da un artigiano ambulante, il canapino, che nella stagione autunnale si recavanelle case contadine dove, utilizzando solo due pettini di differenti dimensioni, che costituivano tutta la sua attrezzatura, raffinava la fibra. Era un lavoro che richiedeva una lunga esperienza e veniva quindi tramandato di padre in figlio e gelosamente custodito all’interno della famiglia. A questo punto, riunita in matasse, la canapa era pronta per passare all’ultima fase, il passaggio dal prodotto greggio aquello finito. In quest’ultimo passaggio, che conclude il ciclo di lavorazione della canapa, ci interessa porre l’attenzione sulla lavorazione domestica e faremo quindi riferimento non solo alle regioni dove la coltura raggiungeva grandi dimensioni, ma a tutte le
zone ove era praticata. Difatti, mentre nelle prime la canapaa quel punto veniva portata negli opifici, dove sarebbe avvenuta la lavorazione industriale per ricavare i prodotto finiti, nelle seconde iniziava la lavorazione conclusiva, di assoluta competenza delle donne e che le occupava per buona parte dell’anno. Era questo il tempo delle filatura, dell'orditura, della sbiancatura e della tessitura, operazioni che cominciavanoin settembre e duravano per tutto l’inverno.Per questo, si svolgevano vicinoal camino o nelle stalle, approfittando dell'umidotepore prodotto daicorpi degli animali. Era una grande occasione di socialità, infatti si riunivano donne di diverse famiglie e alla sera si ballava, si cantava e si rideva tutti assieme, icona di un mondo irrimediabilmente perduto. Dalla filaturae tessitura dellacanapa si ricavavano lenzuola, tovagliato, asciugamani, federe, strofinacci da cucina e biancheria per uomo e donna. S'iniziava con la filatura, inizialmente eseguita a mano, con la rocca: uno strumento di canna che portava il fiocco dicanapa da filare, e il fuso, arnese di legno dalla grandezza di un palmo, con un ingrossamento centrale. Ottenuto il filo, con l’arcolaio lo si riuniva in matasse, che venivano poi immerse in acqua incui era stata bollita della cenere di legna. Infatti, la canapa conservava un caratteristico colore grigio che era eliminato attraverso l’imbiancatura. L’arcolaio era un semplicissimo strumento auto prodotto dai contadini, costituito da un’ asse orizzontale di ferro nel quale erano innestate due croci di legno collegate tra di loro agli estremi da quattro legnetti su cui si avvolgeva il filo, formando così le matasse. Rocca, arcolaio e telaio costituivano l’attrezzatura di base per la lavorazione domestica della canapa. Una volta sbiancata,si formavano le cannelle per l’ordito 18 e così la canapa era pronta per essere tessuta al telaio. La parte più pregiata della fibra era destinata a divenire tela mentre, con quella di minor valore, chiamata stoppa19, si producevanocorde e spaghi. Queste operazioni non venivano eseguite dalle donne di casa, ma da artigiani chiamati gargiolari, veri e propri operai itineranti che lavoravano a giornata, passando da una casa all’altra, fabbricando le corde per il bucato, i legacci per tenere unita la canapa nella macerazione, quelli per le bestie e per i più disparati usi. Accanto a costoro dobbiamo ricordare anche i funari, che lavoravano la canapa fabbricando le funi, di cui la toponomastica di alcune città meridionali conserva il ricordo. Dopo essere stata seminata, coltivata, raccolta, macerata, maciullata, raffinata,filata e tessuta, la canapa era ormai pronta per essere utilizzata o venduta. Così avevano termine le numerose ed onerose operazioni riguardanti questa coltura. L’aver ricordato, passaggio dopo passaggio, tutti i differenti lavori di cui abbisognava questa coltivazione, mette bene in risalto l’importanza rivestita dalla canapicoltura nella storia agraria italiana. La canapa era una tradizionale coltura della penisola attivata in quasi ogni regione per vaste estensioni che assumeva un notevole ruolo nell’economia familiare.Essa era ben rappresentativa di come operavano i nostri progenitori contadini nel passato, delle loroconoscenze e delle loro abitudini, ovvero della loro civiltà, che forse troppo, e per troppo tempo, è stata da noi dimenticata.